E' uno dei padri fondatori dell'hip hop, Kevin Donovan: esposto nell'infanzia all'influenza dell'attivismo della madre, militante per i diritti civili, e da adolescente leader di una gang del Bronx chiamata Black Spades.
Folgorato dall'esempio di Kool Herc, il giamaicano che esportò a New York la pratica del sound system, e dal suo primo viaggio in Africa, tradusse quelle suggestioni nei codici della sottocultura più rilevante dell'ultimo quarto del secolo scorso, coniandone - si dice - anche la denominazione, e creò il primo nodo di un network destinato a espandersi su scala planetaria, la Zulu Nation.
Vennero poi i brani di successo (Planet Rock, Renegades of Funk), le collaborazioni d'alto bordo (con John Lydon, World Destruction, e James Brown, Unity) e i progetti di ampio respiro (l'album antiapartheid Sun City), mentre nella sua orbita crescevano altri protagonisti assoluti dell'hip hop: breakers (Rocksteady Crew), graffitisti (Futura 2000) e geniali tuttofare (Rammellzee). Un vero polo gravitazionale dell'arte del Novecento, insomma. Ecco perché Afrika Bambaataa è considerato, a ragione, una leggenda vivente.
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